La giurisprudenza di legittimità e di merito


Le domande di risarcimento vengono da noi proposte sia a titolo di responsabilità contrattuale, sia a titolo di responsabilità extracontrattuale.

Infatti non vi è alcun dubbio che sussista una responsabilità diretta dell' Ente Pubblico per il fatto dei sanitari dipendenti, secondo un orientamento giurisprudenziale derivante dal cd. "rapporto organico di immedesimazione" dell'attività degli organi con quella dell' Ente Pubblico, e che troverebbe riconoscimento anche sul piano costituzionale nell'art. 28 (si veda ad esempio Cass. n. 1282/1971), e secondo un altro orientamento, prevalente, avente natura contrattuale di tipo professionale, inserendosi nell'ambito del rapporto giuridico pubblico ( o privato) tra l' Ente gestore e il privato che ha richiesto ed usufruito del servizio, e quindi disciplinata in via analogica dalle stesse norme che regolano la responsabilità del medico professionista, ed in particolare dagli artt. 1176 comma secondo e 2236 cod. civ. (Cass. n. 6386/2001 e n. 9198/1999; conformi Cass. 27 luglio 1998, n. 7336; 12 aprile 1995, n. 4152; 27 maggio 1993, n. 5939; 1° marzo 1988, n. 2144).

E la responsabilità del medico, e dunque in via analogica dell' Ente Pubblico Ospedaliero, è limitata ai casi di dolo e colpa grave, in applicazione dell'art. 2236 cod. civ., se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà ( casi eccezionali e straordinari per non essere stati ancora adeguatamente studiati dalla scienza e sperimentati nella pratica, ovvero per essere stati oggetto di dibattiti nella scienza medica, con sperimentazione di diversi sistemi diagnostici e terapeutici, fra i quali operare la scelta: Cass. civ., Sez.III, 2 febbraio 2005, n. 2042; Cass. 19 maggio 1999, n. 4852; conformi Cass. 1441/1979 e n. 1132/1976), mentre si versa in ipotesi di responsabilità anche per colpa lieve, ai sensi dell'art. 1176 comma secondo cod. civ., ove, di fronte ad un caso ordinario, il medico non abbia osservato per inadeguatezza o incompletezza della preparazione professionale, ovvero per omissione della media diligenza, quelle regole precise che siano acquisite, per comune consenso e consolidata sperimentazione, alla scienza e alla pratica, e, quindi, costituiscano il necessario corredo del professionista che si dedichi ad un determinato settore della medicina (Cass. n. 1847/1989, n. 969/1981).

Ma è il medico, o l' Ente Pubblico Ospedaliero, che deve provare che si trattava di intervento di particolare difficoltà, per cui debba trovare applicazione l'art. 2236 cod. civ. (Cass. civ., Sez. II, 22 aprile 2005, n. 8546; Cass. civ., Sez. III, 2 febbraio 2005, n. 2042; Cass. civ., Sez. III, 23 settembre 2004, n. 19133; Cass. civ., Sez. III, 21 luglio 2003, n. 11316; Cass. civ., Sez. III, 19 maggio 1999, n. 4852; Cass. civ., Sez. III, 4 febbraio 1998, n. 1127; Trib. Nola, 28 febbraio 2005; Trib. Ivrea, 24 gennaio 2005), poichè in caso contrario deve trovare applicazione l'art. 1176 comma secondo cod. civ.

E la diligenza nell'adempimento che deve usare il soggetto gestore della struttura sanitaria nell'elargire le prestazioni agli utenti non è quella del buon padre di famiglia di cui all'art. 1176 primo comma cod. civ., ma quella del debitore qualificato ex art. 1176 secondo comma cod. civ., "che comporta il rispetto degli accorgimenti e delle regole tecniche obiettivamente connesse all'esercizio della professione e ricomprende pertanto anche la perizia" (la stessa che deve essere usata dal medico: Cass. civ., Sez. III, 19 maggio 1999, n. 4852; Cass. civ., Sez. II, 13 gennaio 2005, n. 583).

Si deve valutare la responsabilità dell' Ente alla luce dei normali criteri di cui agli artt. 1176 e 1218 cod. civ.

Dunque la struttura ospedaliera che non esegua esattamente la prestazione dovuta (per esempio per proprie carenze strutturali), è tenuta al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa alla stessa non imputabile; si tratta di responsabilità contrattuale, con tutte le conseguenze che ne derivano in tema di onere della prova, che grava, per l'effetto, sull'istituto stesso e non sul paziente, che deve soltanto provare il contratto (Cass. civ., Sez. III, 21 giugno 2004, n. 11488; Cass. civ., Sez. III, 28 maggio 2004, n. 10297; Cass. civ., Sez. III, 11 marzo 2002, n. 3492; Cass. 8 maggio 2001, n. 638; Trib. Nola, 28 febbraio 2005; Trib. Monza, 14 dicembre 2004).

Addirittura, anche in caso di insussistenza di un pregresso rapporto obbligatorio con il paziente, nel momento in cui il sanitario decide di intervenire si instaura un rapporto contrattuale di fatto ( Trib. Roma, 20 gennaio 2004).

Il ricovero in una struttura deputata a fornire assistenza sanitaria avviene sulla base di un contratto fra il paziente ed il soggetto che gestisce la struttura.

Tale "contratto atipico di spedalità" è "idoneo a produrre i suoi effetti non soltanto nei confronti del paziente che lo ha direttamente stipulato, ma anche nei confronti dell'eventuale concepito per la nascita del quale il paziente stesso si sia rivolto all' Ente, potendosi ravvisare, nell'operazione contrattuale posta in essere dalle parti, la figura del contratto a favore di terzo di cui agli artt. 1411 e segg. cod. civ., per quanto attiene specificamente la posizione del concepito ( Trib. Verona, 1990).

Infine, il tema delle carenze strutturali è stato affrontato in modo specifico da un giudice di merito, nel senso che " qualora la legittima aspettativa del concepito a nascere sano venga vanificata, in seno al parto, per la carenza od insufficienza delle strutture medico - chirurgiche dell'azienda sanitaria, .... il danno riportato dal neonato va risarcito e dall'azienda e dal sanitario, entrambi responsabili" (Corte Appello Trento, 18 ottobre 1996).

Inoltre il medico deve adottare comunque tutte le misure volte a ovviare alle carenze strutturali e organizzative, e ove ciò non sia possibile, deve informarne il paziente, consigliandogli il ricovero in una struttura più idonea (Cass. civ., Sez. III, 5 luglio 2004, n. 12273; Cass. civ., Sez.III, 21 luglio 2003, n.11316).

 

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